Durata h. 2.15

Difficoltà  – E 

Km 3,9

Dislivello 420m

Traccia GPS  573

Nel punto piu alto della Via Vandelli provenendo dal Passo Cento Croci si alza ripido e sassoso un
sentiero a fianco di un ripetitore (località i Ferlari).
Ben presto la traccia si adagia e porta attraverso il bosco a una grande radura sul fondo della quale
appare il Lago Cavo, o meglio, ciò che resta di quello che un tempo era un bello specchio d’acqua
trasparente.
Così vi racconterebbe, se aveste la fortuna di incontrarlo ancora seduto su un masso o tra gli alberi del
bosco, un anziano signore che usava chiedere al viandante: “Ma tu sai chi sono io? Sono il padrone di
queste terre, di questi boschi e di questo lago. Questo si è formato tanto tempo fa a causa di quelle
grandi frane di sassi che dal monte soprastante (per questo nominato “Monte Rovinoso”) avrebbero poi
in tempi più recenti costretto all’evacuazione di numerose abitazioni nei dintorni di Groppo, il paese a
valle. Le frane causano disastri, ma il lago formato dallo sbarramento dei massi caduti, fino agli anni ’50
era stupendo, ci si faceva il bagno in estate nelle sue acque fresche e pulite. Tuttavia, per scoraggiare i
bambini ad avvicinarsi alle rive del lago, per evitare che vi annegassero, fiorirono storie fantastiche di
come, una volta entrati con i piedi nell’ acqua, una forza misteriosa avrebbe trascinato sul fondo i
malcapitati. Che fossero bambini, adulti, animali (addirittura si narra di una coppia di buoi) non avrebbe
fatto differenza, nessuno ne sarebbe più riemerso.
Per lo stesso motivo di prevenzione per la sicurezza, diremmo oggi, si raccontava un’altra favola
ambientata nella zona dei pozzi di Roccapelago: questi sono in effetti pericolose cavità naturali con
pareti lisce e verticali (oggi meta di torrentisti) con tantissima acqua che nessuno sapeva o immaginava
quanto fosse profonda. Gettarvi un sasso non sarebbe stato sufficiente per intuirne il fondo tanto era
buio là sotto, in quelle profondità mortali, quasi infernali. Un ragazzo ebbe allora un’idea: prese una
lunga corda e vi legò saldamente un grosso masso, lo gettò nel pozzo più grande e tenendo il capo
della corda lasciò che lentamente si inabissasse. La corda era molto lunga ma il pesante masso
continuava a scendere, a scendere, a scendere tra lo stupore del ragazzo e dei presenti. Ormai la
corda era finita, ma il masso si fermò. Per conoscere la profondità del pozzo ora non restava che
misurare tutta la corda tranne quei pochi centimetri rimasti nelle mani del ragazzo, che iniziò a
recuperarla. Con suo stupore la corda era diventata leggera, come se il masso non fosse più legato alla
sua estremità. Recupera, recupera, recupera…la corda finì, il masso non c’era più e al suo posto il
capo era bruciato! Il masso doveva essere arrivato all’inferno e il diavolo in persona doveva averlo
incenerito!
Tornando al nostro sentiero e al Lago Cavo, se la grande frana di Groppo è stata studiata dai geologi e
fatta oggetto di pubblicazioni scientifiche, le vere cause dell’interramento progressivo e della sparizione
del lago, invece, sono meno conosciute: l’allora sindaco di Riolunato pensò bene di captare le acque
del lago e portarle a valle per gli usi civili, ma i lavori di intubazione, smuovendo le rocce che
trattenevano le acque, ne causarono la veloce fuoriuscita e, come quando si toglie il tappo da un
lavandino pieno d’acqua, il bacino si vuotò.
Ora non rimane che un angolo di acqua stagnante che fa la felicità solo delle rane gracidanti e ancor di
più degli uccelli che se li mangiano”.  Ma quel signore ha altre storie curiose da raccontare legate al
nostro percorso. “Proprio qui, nel 1906 si fermò la maestra Tognarelli, sulla via di ritorno a casa dopo
essersi recata dal sindaco di Pievepelago per questioni legate alla sua cattedra.
Era dicembre ed ormai era tardi, faceva brutto tempo, ma lei voleva tornare dai suoi bambini a Selvella,
dall’altra parte del monte.
A Casoni la sconsigliarono, ma lei si avviò lo stesso nonostante iniziasse a nevicare.

Armata solo di una lanterna, qualche fiammifero e un ombrello che qualcuno le diede all’ultimo, nella
tormenta sbagliò completamente direzione.
Alcuni pastori ritrovarono il suo corpo solo a maggio, seduta sulla riva del lago, con in mano la lanterna
e l’ombrello ancora aperto.”
Salutato e ringraziato il signore, che ci indica anche una fonte nascosta sulla sinistra del lago,
proseguiamo fino a guadagnare il crinale che dal Passo Cento Croci si articola in alcune elevazioni
intorno ai 1500 m – il Monte Valdolana, il Monte alla Croce, il Monte Rovinoso e il Monte Sant’Andrea.
Il 573 raggiunge questi ultimi due con alcuni brevi saliscendi attraverso piacevoli praterie di alta quota.
Qui qualche decennio fa, si insediarono per alcuni mesi ragazzi e ragazze provenienti dal Nord Europa,
dando origine a storie curiose e a ritorni estemporanei; ancora oggi la gente di qua si ricorda di loro – in
pianura li avrebbero chiamati frikkettoni, qui invece li battezzarono “gli elfi”.
Di loro rimane arrugginita qualche lamiera di stufa nascosta sotto i grandi faggi al centro della radura e i
divertiti ricordi dei montanari.
Il sentiero si innesta ora su una carrareccia devastata dagli amanti del fuoristrada in estate e delle
motoslitte in inverno. Pur essendo una zona SIC (Sito di interesse comunitario) cartelli di divieti per i
mezzi motorizzati non ne sono mai stati posti, e anche quelli segnaletici del CAI ogni tanto spariscono
nel nulla…
Arrivati sul punto più alto del sentiero, con pochi passi a sinistra tra l’erba si perviene sulla “cima” del
Monte Sant’Andrea, una piatta distesa verde con due gruppi di grandi faggi; all’interno di uno di questi
si trova quel che è stato definito “bivacco” da chi l’ha costruito, ma che altro non è che un tavolo di
legno all’aperto con due panche, con targa e dedica ai frequentatori della montagna, siano essi a piedi,
in bici, in moto o quant’altro.
Comunque sia, questo è davvero il posto ideale per un picnic, per la vista che si gode sul Cimone e sui
suoi satelliti da questo vero e proprio balcone panoramico.
Si prosegue in discesa al di sopra del Lagaccione, pianeggiante radura a volte invasa dall’acqua
seminascosta da infide zolle erbose – se si chiama Lagaccione un motivo ci sarà…
Al termine della discesa un cartello (se non l’hanno rubato di nuovo) ci indica il percorso asciutto in
senso orario da compiere per aggirare la torbiera, ma se il periodo è secco possiamo attraversare da
subito il fosso e proseguire diritti per traccia evidente senza dover aggirare il vecchio fondo del lago. Il
nostro sentiero prosegue poi in piano ed ignora l’evidente ripida salita a destra (sent. 571), ma va a
spegnersi più avanti tagliando prati verdi fino a congiungersi col sentiero 567 che scende a
Roccapelago.

Aggiornato 11/11/2025 ore 9.55